Dentro la Rupe, alla scoperta della città nascosta

PROPOSTE DI VIAGGIO

Dentro la Rupe, alla scoperta della città nascosta

La rupe di Orvieto è costituita da tufo litoide e da altre rocce vulcaniche, tutte caratterizzate da una forte permeabilità alle acque piovane. Ed è proprio per catturare l’acqua che si ingegnò la mente degli orvietani nel corso dei secoli. Gli abitanti di Orvieto seppero sfruttare il sottosuolo realizzandovi numerose cisterne, pozzi in grado di raggiungere le falde freatiche e grotte destinate a diversi utilizzi, tanto che in epoca moderna sono stati censiti circa 1.200 spazi ipogei. Si è formato così un reticolo complesso e affascinante, una sorta di città sotterranea più o meno speculare a quella di superficie.

Punti di interesse

1

Il Pozzo della Cava

2

La Collegiata dei Santi Andrea e Bartolomeo e i sotteranei

3

Orvieto underground

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Il Pozzo di San Patrizio

Uno spaccato singolare in questo senso è dato dal complesso denominato del Pozzo della Cava, posto proprio lungo via della Cava in prossimità di Porta Maggiore, nel cuore del quartiere medievale. Il nome del sistema ipogeo è legato alla realizzazione, per volere di Papa Clemente VII, di un pozzo a partire da un altro già esistente di origine etrusca. 

La struttura, scoperta nel 1984 durante i lavori di ristrutturazione dell’abitazione sovrastante, ha una profondità di 36 metri e un diametro medio di 3,4 metri. Una lunga serie di lavori durati una decina anni ha restituito nove ambienti diversi sia negli usi che per l’età a cui appartengono. Alla fase etrusca compresa tra il VI e il III secolo a.C. si devono i canali e le cisterne scavati nella roccia per raccogliere le acque piovane e alcune sepolture, curiosamente lontane dalle necropoli, collocate di norma fuori città. 

Testimonianze della lunga frequentazione del sottosuolo sono anche i diversi riutilizzi di alcune tombe in epoca medievale come follone, ovvero locali per lavare e sgrassare i tessuti. Mentre altri ambienti scavati nello stesso periodo erano cantine per la conservazione del vino e altri ancora fornaci per la produzione della ceramica. Tra queste anche una muffola, un forno di ridotte dimensioni che serviva al cosiddetto terzo fuoco usato per far aderire i colori alla ceramica. 

Ma nel Pozzo della Cava di trovano anche i pilastri delle fondamenta degli antichi palazzi nobiliari e con essi diversi “butti” cioè depositi  dalle pareti squadrati destinati a rifiuti generici, dalla caratteristica forma a fiasco, oppure riservati al vasellame di casa non più utilizzato.

Risalendo da via della Cava si arriva in piazza della Repubblica. Qui anche i sotterranei della Collegiata dei Santi Andrea e Bartolomeo, realizzata nel 1013 e comunemente chiamata dagli orvietani chiesa di Sant’Andrea, rappresentano una vera e proprio sezione archeologica delle origini della città con reperti e strutture che vanno dal IX secolo a.C. al XII secolo. Sono raccolte qui quattro importanti fasi di sviluppo della città facilmente leggibili grazie a testimonianze tangibili come i resti dell’insediamento villanoviano, quelli del foro della città etrusca e ancora le tracce della basilica paleocristiana segno della presenza vescovile a Orvieto a partire dal VI secolo, con i mirabili resti del pavimento originario. Infine la struttura ipogea della Collegiata. 

E’ facile dimostrare come l’intera rupe sia stata nei secoli modellata nel suo interno e un perfetto esempio è rappresentato dal Parco delle Grotte poco distante dal Duomo, sul lato sud dello sperone tufaceo, che ospita un dedalo di sotterranei fruibili grazie al percorso di visita di Orvieto Underground. Qui inizia un viaggio che conduce alla scoperta di resti etruschi, medievali e rinascimentali. Gli studi di questi ambienti inducono a riferire il loro utilizzo compreso tra il IX secolo a. C. E il XX secolo.

In particolare le cavità catalogate spiccano i suggestivi resti del frantoio di Santa Chiara, con le macchine in basalto e le vasche per la raccolta della sansa, utilizzate almeno fino alla fine del XVII secolo, e ancora una cava di pozzolana e tre condotti verticali a pedarole di epoca etrusca. 

Un ambiente singolare è quello del colombario dove fitte aperture regolari, allineate su più livelli, erano destinate all’allevamento di colombi a scopo alimentare fin dal Medioevo. E ancora poco distanti completano il sistema le vasche per l’approvvigionamento di acqua. Le stesse vasche sono state probabilmente utilizzate nel XVIII secolo quali ambienti per la produzione del vasellame in argilla. 

In questo meandro di spazi ipogei sottratti alla Rupe un posto speciale è riservato a una delle opere ingegneristiche più complesse e affascinanti di ogni tempo, esempio di una sfida vinta dall’uomo sulla natura. 

E’ il Pozzo di San Patrizio, la spettacolare opera commissionata nel 1527 da Papa Clemente VII ad Antonio da Sangallo il Giovane per assicurare alla città in caso di assedio, e completata nel 1537 sotto il papato di Paolo Farnese III, In origine detto pozzo della Rocca, vista la presenza della contigua Rocca Albornoz, fu in seguito denominato di San Patrizio perché in tutta probabilità associato alla grotta del santo irlandese che la storia vuole rendesse la remissione dei peccati a chi vi si fosse avventurato in fondo. 

La struttura è profonda circa 54 metri, ha un diametro di poco più dei 12 m metri e la parete interna, realizzata in mattoni, è forata da 72 aperture ad arco a tutto sesto da cui filtra la luce che crea particolari tonalità sulla parete esterna scavata nella pietra viva.

Cio che impressiona maggiormente sono le due scale elicoidali, con 248 gradini l’una, ispirate alla scala a chiocciola della Villa del Belvedere in Vativano, che rispondevano allo scopo pratico di non far incrociare le bestie da soma deputate al trasporto dell’acqua. All’ingresso è ancora posta l’iscrizione che, al termine dei lavori, ne espresse tutta la grandezza: “Quod natura munimento inviderat, industria adiecit” ovvero “Ciò che non fece la natura, l’artificio aggiunse”. 

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