L’antica Velzna, sulle tracce degli etruschi

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L’antica Velzna, sulle tracce degli etruschi

Il nome della Orvieto etrusca era Velzna. All’apice del suo fulgore la città presentava sul pianoro tufaceo abitazioni, monumenti, edifici sacri mentre nelle sue profondità cunicoli e pozzi per il rifornimento dell’acqua. Sulle pendici della rupe si trovavano invece le necropoli.

Lo sperone roccioso era inattaccabile da ogni lato tranne che sul versante ovest dove era l’accesso principale al nucleo urbano. Qui venne realizzato, nel VI secolo a.C., un imponente muro di difesa in blocchi di tufo i cui resti furono scoperti nel 1966 dall’archeologo Mario Bizzarri all’interno di una abitazione privata.

Ma già altre testimonianze della presenza etrusca erano state portate alla luce nel secolo precedente come il Tempio del Belvedere all’estremità orientale del pianoro. La struttura doveva avere tre celle fronteggiate da una doppia serie di quattro colonne di cui oggi sono visibili alcune basi disposte sul podio cui si accede dalla scalinata. Probabilmente il tempio era dedicato a Tinia, l’equivalente di Zeus per gli antichi greci. I materiali relativi alla decorazione fittile policroma, conservati presso il Museo archeologico nazionale e il Museo civico “Claudio Faina”, consentono di datare il tempio dal V secolo a.C. ai primi decenni del III secolo.

Tante altre sono le testimonianze dell’abitato etrusco presenti sulla rupe ma gli scavi archeologici più recenti si sono avuti nella piana del Campo della Fiera, ad ovest, dove sembra ormai certo fosse il Fanum Voltumnae, il luogo sacro deputato alle assemblee annuali della lega delle dodici città etrusche. In questa area sono state molte le scoperte: la strada badilata etrusca che collegava Orvieto a Bolsena, un recinto sacro con un piccolo tempio a con materiali voti, la Via Sacra, che attraversava il santuario, la più ampia strada etrusca mai scoperta finora, sul cui lato orientale si trovano i resti di un tempio arcaico e più a sud quelli di un altro edificio sacro, il più monumentale, circondato da portici e fontane. Molti dei materiali sono già esposti nel Museo archeologico nazionale. Le evidenze dell’età romana sono date da una ricca residenza e da due complessi termali: il primo in parte costruito sopra la Via Sacra poi trasformato in abitazioni private tra il IV e V secolo, mentre dal Vi secolo inizia un cimitero cristiano. Infine, sui resti più antichi, sorse nel XII secolo la chiesa di San Pietro in vetera.

Il tema delle sepolture è stato ed è ancora la principale fonte di conoscenza dell’Orvieto etrusca. Ai due principali complessi, presenti sulle pendici del masso tufaceo, si può giungere percorrendo l’Anello della Rupe.

La Necropoli del Crocefisso del Tufo, posta sul versante nord ovest della rupe, impressiona per l’impianto ortogonale delle strade quasi a ricordare i quartieri residenziali urbani. Le tombe, realizzate dal il VIII e il II secolo a.C. sono più spesso a una camera, costruite da blocchi squadrati di tufo e sovrastate da cippi dalle diverse forme e, all’esterno, sugli architravi hanno inciso il nome del defunto.

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L’altro importante sito sepolcrale, la Necropoli di Cannicella, è sul versante sud-est della città, caratterizzata da terrazzamenti naturali lungo i quali sono disposte le tombe del tipo a camera già descritto. La singolarità dell’area è data sia dalla sovrapposizione delle tombe più recenti, del IV-III secolo a.C. a quelle arcaiche del VII e VI secolo a.C, vista la scarsità di spazio, che dalla compresenza di un santuario la cui struttura è delimitata a monte da un possente muro di contenimento, in opera quadrata, al di sotto del quale vi sono vasche e canalizzazioni usate per i liquidi sacrificali. Il sacello sacro è un vano a pianta rettangolare con muri perimetrali che sostengono il tetto.

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Le sepolture degli etruschi più agiati erano pero strutture più complesse e spesso decorate.
Nel 1863, l’archeoloco orvietano Domenico Golini scoprì, in località Settecamini poco a sud di Orvieto, le due tombe che portano il suo nome altrimenti note come Tomba dei Velii e Tomba delle Due Bighe, databili entrambe nel corso del Iv secolo a.C.
La prima è costituita da una camera quadrata che un muro, modellato nel tufo, divide in due ambienti affrescati: scene di vita quotidiana a sinistra e figure in viaggio verso la morte alla presenza di Ade e Persefone a destra. Nella seconda tomba, a camera unica rettangolare, le pitture mostrano scene di un banchetto, di un corteo e due figure su biga.

Poco distante dalle tombe Golini, a Castel Rubello, frazione del Comune di Porano, si trova la tomba Hescanas, scoperta nel 1883 da Gian Franesco Gamurrini. E’ l’unica in tutta l’Umbria a conservare in situ le pitture originali. Attraverso un lungo dromos, un corridoio a cielo aperto, si accede nella camera quadrangolare, coperta da un tetto a doppio spiovente dove, su di una panchina, erano tre sarcofagi e un’urna. Gli affreschi rappresentano un viaggio del defunto nell’oltretomba accompagnato da demoni alati e da famigliari.

Molti degli oggetti rinvenuti nelle necropoli sono conservati presso il Museo archeologico nazionale.